Libri preferiti del 2019: resoconto letterario di una trentenne perplessa

mano che tiene libri

Ciao. A quanto pare su questo blog ci si rivede solo a fine anno per parlare di libri. E dunque, siam qui.

Cos’è successo in questo anno? Tante cose: novità, paure, delusioni, cuori rotti, lacrime, gioie. Il solito, come per tutti.
Quest’anno, poi, mi è toccato compiere 30 anni. Il passaggio di decina mi ha fatto e continua a farmi una certa impressione. Una pessima impressione, devo dire, ma tant’è.
E a questo infimo numero ho associato il numero di libri da leggere durante il 2019.

Spoiler: missione compiuta.

Non sono stati tutti dei capolavori, ovviamente, ma nel complesso sono molto soddisfatta e vi lascio qui i 10 libri che ho amato di più, tra classiconi e romanzi più contemporanei.
Se vi va, prendete pure ispirazione per il 2020.

PS: se volete seguire le mie letture durante tutto l’anno, e non solo alla fine, mi trovate su Instagram.

Il giovane Holden (j.D salinger)

Non so perché, ma nella mia testa Il giovane Holden era un libro pesante, forse affaticato dalla nomea di caposaldo della letteratura. Beh, mi sarò confusa con qualche altro libro, perché questo romanzo è tutto, fuorché pesante e noioso.
Holden è un diciassettenne e parla come un diciassettenne. E ti ci affezioni, cavolo, a questo ragazzetto americano che non sa bene cosa vuole dalla vita e ti trascina con sé nella New York natalizia del 1949.

Un romanzo ironico, trasparente e, sì, anche tenero.

Sostiene Pereira (Antonio Tabucchi)

Qui si svolge tutto nell’agosto del 1938 a Lisbona. E lo si sente il vento atlantico che soffia sulla storia di Pereira, di questo giornalista di mezza età quasi anestetizzato dalla vita. Si risveglierà, e sarà un risveglio potente.

Questo libro mi ha conquistata lentamente, come se Pereira si facesse scoprire piano piano. Ho amato la scrittura, il personaggio, i luoghi. Mi sono commossa, per quel che vale.

Gli occhiali d’oro (giorgio bassani)

Ferrara, anni ’30. Un dottore dagli occhiali d’oro, le voci sulla sua presunta omosessualità. L’io narrante che vede inasprirsi l’odio verso il diverso. Il continuo sminuire la gravità delle azioni e dei pensieri. Il fascismo, l’intolleranza, il capo autoritario in spiaggia.

Un piccolo gioiello, da leggere in un giorno e avere per sempre nel cuore.

Furore (john steinbeck)

Un romanzo epico, e non è per dire. L’ho letto arrancando, come se stessi seguendo il ritmo della famiglia Joad, che tra polvere e deserto macina km dall’Oklahoma alla California, la loro terra promessa.

Il romanzo è ambientato negli anni ’30, quando delle grandi bufere di sabbia costrinsero migliaia di persone senza più casa e lavoro a emigrare verso l’Ovest. Ma ci dice tanto anche sul mondo di oggi.

Lessico famigliare (natalia ginzburg)

Natalia l’ho conosciuta, prima ancora di leggere il suo romanzo più famoso, grazie all’audiolibro La corsara, che mi ha trascinato nella sua vita e in un’Italia passata.

In Lessico famigliare la scrittrice quasi si annulla, per far parlare il micro universo della sua famiglia, con madre petulante e sorridente, padre severo e borbottante e fratelli spesso assenti. Non c’è molto spazio per il dolore privato di Natalia, soprattutto quando si parla della guerra e della morte di Leone Ginzburg o di Cesare Pavese. Però è un dolore che si cela sotto le parole: anche se non urlato arriva lo stesso.

Questo con Natalia è stato un incontro con una voce forte, vera. La ritroverò, soprattutto perché mi sono ripromessa di leggere più donne. Perché la letteratura delle donne non è “al femminile”, è letteratura e basta.

L’eco delle balene (sean michaels)

Chi conosce il theremin? È uno dei primi strumenti musicali elettronici, non prevede il contatto fisico tra musicista e strumento perché tutto si gioca sul movimento delle mani in aria. È stato inventato nel 1919 dal fisico sovietico Lev Sergeevič Termen, nome che diventerà il più “easy” Léon Theremin durante il suo soggiorno in America.

Questo libro racconta la storia romanzata dello scienziato. Dalla Russia agli Stati Uniti e ritorno, tra musica, elettricità, spionaggio, e amore. Consigliato per chi è sempre alla ricerca di una nuova storia da vivere. Bellissima anche la grafica del libro.

La ferrovia sotterranea (colson whitehead)

Ottocento, Georgia, America schiavista. Cora è la protagonista del viaggio-fuga verso gli stati del Nord.

Questo libro è più volte un pugno allo stomaco, ma ti trascina con sé, attraverso la “ferrovia sotterranea”.
Questo termine veniva usato per definire la rete di persone che aiutava gli schiavi neri del Sud a fuggire al Nord; in questo libro,
invece, l’autore la rende una vera e propria ferrovia sotterranea, i cui cunicoli e rotaie porteranno, si spera, alla libertà.

Scrittura cinematografica, mi stupisco che ancora non ne abbiano tratto un film.

Americanah (Chimamanda Ngozi Adichie)

Cosa succede a una ragazza nigeriana che va a studiare negli Stati Uniti? Diventa nera, agli occhi degli altri e quindi anche ai suoi. Questo libro è un racconto sincero della vita di una ragazza, Ifemelu, in bilico tra le sue origini e la voglia di una vita nuova. Ma è soprattutto la storia di un antico legame d’amore mai scomparso, che la porterà di nuovo al suo paese d’origine.

Bella scrittura, schietta e precisa.
Bonus track: ho amato la Adichie inizialmente con il mini saggio Dovremmo essere tutti femministi. Da leggere (o ascoltare su Storytel, come ho fatto io).

Le nostre anime di notte (kent haruf)

E così sono andata anch’io a Holt, iniziando dall’ultimo libro scritto da Haruf. Si sente tutta la sua urgenza di dire le ultime cose, di usare il tempo che rimane al meglio, proprio come fanno Addie e Louis, i due settantenni che decidono di trovarsi ogni notte a parlare e a raccontarsi le reciproche vite.

Un libro delicato sul bisogno di condivisione, e sul giudizio esterno che spesso sgretola quello che tocca. Tornerò presto a Holt.

Un calcio in bocca fa miracoli (marco presta)

Libro cinico, schietto e divertente, come il suo protagonista, un vecchio burbero che si ritrova suo malgrado a fare i conti con il mondo esterno. Bella storia e ottimo approfondimento del personaggio.

Ho già una bella pila di libri che mi aspetta per il 2020, ma se volete attentare al mio fioretto di non acquistare altri libri, aspetto con curiosità i vostri consigli di lettura 🙂

29 libri che ho letto (o ascoltato) nel mio 2018

libri

Ok, qui passano gli anni e si diventa vecchi. Tuttavia, una cosa migliora sempre più: la quantità e la qualità delle mie letture.

Infatti, nel 2018 mi sono data l’obiettivo di leggere 29 libri e squillo di trombe la missione può dirsi compiuta; e anche con largo anticipo, vi dirò (giusto per tirarmela un po’). Potete trovare le prove su Goodreads.
Devo mettere le mani avanti, però: nella lista ho inserito anche alcuni audiolibri perché verso la fine dell’anno ho scoperto il magnifico mondo Storytel.

Ecco quindi tutti i librini letti (o ascoltati), già divisi nelle mega categorie “mamma mia che meraviglia”, “simpatica piacevolezza” e “si può dare di più”.

Chissà, magari vi viene qualche idea per le vostre letture del 2019; per questo vi metto anche il link al libro su IBS.
Prego, non c’è di che!

NdR: il post è un po’ lunghetto, mettetevi comodi.

“Mamma mia, che meraviglia”: i libri top

Una vita come tante di Hanya Yanagihara

Questo è stato il primissimo libro del 2018, che ha inaugurato la tradizione per cui il mio primo libro dell’anno dev’essere un tomone ciccione. Sì, ognuno ha le sue fissazioni. Ora per esempio sono già partita con Furore di Steinbeck (che sto amando).

Ma torniamo a noi: questo libro è un capolavoro. Più di mille pagine che scorrono fluide e che ti aprono il cuore a metà, portandoti dentro le vite dei quattro amici JB, Malcolm, Willem e, soprattutto, Jude.
Una lettura forte, dolorosa (a tratti forse troppo, questo è l’unico limite che posso trovare), ma davvero consigliata.

Vai a Una vita come tante.

Olive Kitteridge di Elizabeth Strout

Olive Kitteridge è un libro strano: lo si potrebbe definire un romanzo fatto di racconti, in cui ogni pezzo è un’immersione nella vita degli abitanti di Crosby, nel Maine, e in particolare in quella di Olive. Donna spigolosa, forte, antipatica, vera.
Mentre leggevo me la immaginavo come Frances McDormand, la meravigliosa attrice di 3 manifesti, e taaac non viene fuori che l’HBO ha prodotto una miniserie con lei come protagonista? Quando si dice vedere lungo.

Comunque, in soldoni: questo libro è bellissimo, leggetene tutti.

Vai a Olive Kitteridge.

Pastorale americana di Philip Roth

Primo mio libro di Roth (e di sicuro non l’ultimo), Pastorale americana è un romanzo complesso, misterioso e imprescindibile per provare quel senso di “America pazza furiosa” di ieri, ma anche di oggi.

Vai a Pastorale Americana.

Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne

Cosa c’è di meglio di un viaggio nel tempo e nello spazio con questo classicone?

Ho amato soprattutto l’ironia del libro, perché “un inglese non scherza mai quando si tratta di una cosa importante come una scommessa.”
Dedicato a chi sta meglio quando è lontano da sé, anche se sul divano.

Via a Il giro del mondo in 80 giorni.

Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti (audiolibro)

Una raccolta di racconti che, un po’ come per Olive Kitteridge, disegnano il ritratto della protagonista col passare degli anni, attraverso le vicende della sua vita e di quelle di chi incontra sul suo cammino. Sofia è una donna inquieta, piena di bellezza e dolore.

La scrittura di Cognetti si conferma una certezza: chiara, limpida, vivida.

Vai a Sofia si veste sempre di nero.

We should all be feminists di Chimamanda Ngozi Adichie (audiolibro)

Semplice: da leggere e far leggere. A tutti. Uomini e donne. Forse più agli uomini, ma a tutti va più che bene.

Un piccolo libro-saggio che spiega perché, semplicemente, dovremmo essere tutti femministi. Leggetelo, o ascoltatelo. Insomma, fatelo vostro.

Vai a We should all be feminists.

Le ricette della signora Tokue di Durian Sukegawa

Una lettura deliziosa, come lo sono i dorayaki di cui si parla tanto nel libro (dolcetti tipici giapponesi che poi ho cercato per tutta Bologna, trovandoli con somma soddisfazione).

Una vecchietta che custodisce una ricetta fenomenale e un segreto doloroso, un uomo che cerca la sua strada nel mondo, una ragazzina timida: il mix per un buon libro è servito.

Vai a Le ricette della signora Tokue.

Il sistema periodico di Primo Levi

Quando si parla di Primo Levi si pensa sempre al reduce, mai al chimico. Invece, per quasi tutta la sua vita Levi ha continuato a lavorare in fabbrica, con i piedi ben piantati sulla terra.
Nel Sistema periodico ci sono 21 racconti, ognuno dedicato a un elemento chimico che spalanca una porta sulla vita dello scrittore. Ne esce un uomo sensibile, ironico, acuto.

Sapete la sensazione di quando finite un libro e avete voglia di prendere un caffè con l’autore? Ecco.

Vai a Il sistema periodico.

Il cavaliere inesistente di Italo Calvino

“L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”

Italo Calvino è un mio amore ormai da tempo e anche questo libro lo ha confermato. Anche se devo dire che il Barone Rampante rimane imbattuto finora.

Vai a Il cavaliere inesistente.

Le notti bianche – La cronaca di Pietroburgo di Fëdor Dostoevskij

Le notti bianche sono un lungo racconto che vi porta dritti nella Russia dell’Ottocento, tra la neve e le luci soffuse di una notte bianca. Che romanticismo, che beltà!

La seconda parte invece, La cronaca di Pietroburgo, è un po’ lentone. Si può sorvolare.

Vai a Le notti bianche.

Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni

De Giovanni è per me sempre una garanzia per quando ho voglia di un giallo avvincente, scritto benissimo e con personaggi delineati così bene che sembrano veri.

Non vedo l’ora di leggere l’ultimo della serie appena uscito, Vuoto.

Vai a Souvenir.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks

Che lettura, ragazzi! Sacks è un neurologo con la capacità di raccontare le sue esperienze cliniche con una scrittura semplice e ricca di attenzione al lato umano.
Qui nello specifico parla di una serie di casi di pazienti con lesioni encefaliche di vario tipo, che hanno prodotto comportamenti singolari e imprevedibili.

Vai a L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.

Le correzioni di Jonathan Franzen

Olè, come non citare le nevrosi di una simpatica famigliola del Midwest americano? Eccovi la famiglia Lambert: la madre apprensiva Enid, il marito in pensione Alfred e i tre figli Gary, Chip e Denise. I Lambert cercano per tutto il libro (per tutta la vita) di correggere gli altri e di correggersi: secondo voi ci riescono? Infatti.

Vai a Le correzioni.

Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino

Com’è la Resistenza vista dagli occhi di un bambino? Qui Calvino ce lo mostra, grazie anche alla sua esperienza diretta nei gruppi partigiani in Liguria.

Pubblicato nel 1947, Il sentiero dei nidi di ragno è il romanzo d’esordio di Italo Calvino in cui si respira già quel mix di realismo e fantastico che segnerà tutta la sua produzione.

Vai a Il sentiero dei nidi di ragno.

Camere separate di Pier Vittorio Tondelli

Leo conosce, ama e perde Thomas. Un libro non romantico, ma struggente. Una storia d’amore e di elaborazione del lutto, una storia che si metabolizza dopo un po’ di tempo. Ne vale la pena.

Vai a Camere separate.

Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani

Questo libro occupa ormai un posticino nel mio cuore: la storia di un gruppo di adolescenti ferraresi scontra con la Storia, quella dei tempi cupi del fascismo e delle leggi razziali.

Un capolavoro prezioso, soprattutto in questi nuovi tempi cupi.

Vai a Il giardino dei Finzi-Contini.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver

Raymond Carver è uno dei maggiori scrittori di racconti perché ha la grande capacità di rendere memorabili avvenimenti anche banali. Con una scrittura per niente banale.

Sintesi e stile asciutto: è amore.

Vai a Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.

Lettere a Theo di Vincent Van Gogh

In questa raccolta di lettere scritte all’amato fratello Theo entriamo un po’ nell’anima dell’artista Van Gogh, di sicuro sofferente ma anche lucidissima su quello che voleva fare nella vita.

Bonus: se non l’avete ancora visto recuperate subito Loving Vincent, il primo e unico film realizzato con migliaia di dipinti a olio. Una meraviglia.

Vai a Lettere a Theo.

Testi che parlano. Il tono di voce nei testi aziendali di Valentina Falcinelli

Si può scrivere uno stesso contenuto con toni diversissimi tra loro? Certo.
Ogni azienda ha una sua voce, e di conseguenza il suo tono di voce? Dovrebbe.
Si può capire come impostare la comunicazione in questo senso? Si deve!

Ecco, questo piccolo libro (ricco di esempi) è davvero prezioso per chi si occupa di comunicazione.

Vai a Testi che parlano.

Lavoro, dunque scrivo! di Luisa Carrada

Inutile girarci intorno: Luisa Carrada è un faro per chi, come me, lavora con la scrittura e in questo libro è condensato tutto quello che serve sapere per scrivere in modo chiaro, puntuale e preciso. Dalla sintassi ai microcontenuti, dalla struttura del testo alle liste, troverai una miniera di informazioni utili, con tanti esempi e contenuti extra.

Vai a Lavoro, dunque scrivo!

Esercizi di stile di Raymond Queneau

Libro celeberrimo in cui Queneau prende un episodio banale, un mezzo litigio sull’autobus, e lo trasforma in un caleidoscopio di punti di vista, sensazioni e variazioni sul tema. Si va dagli anagrammi alle onomatopee, dai francesismi al latino maccheronico.

Piccola nota: la traduzione dal francese è stata curata nientepopodimenoche da Umberto Eco.

Vai a Esercizi di stile.

“simpatica piacevolezza”: i libri ok

Le vite non vissute di Marco Dettori

Se c’è una cosa che amo di Instagram (solo una?) è quella di poter conoscere anche se solo virtualmente tante persone interessanti. Una di queste è Marco Dettori, @m_dett82, e quando c’è stata la possibilità di leggere il suo libro non ho esitato.
Ogni racconto spalanca una finestra su un particolare istante di vita: uno sguardo attento e sensibile sulle vite degli altri.

Vai a Le vite non vissute.

Superficie di Diego De Silva

Una raccolta di frasi e aforismi nonsense (e a volte perfettamente sense)che fanno sorridere più di una volta sui maledetti luoghi comuni che riempiono le nostre vite.

Vai a Superficie.

Sarò strana io di Daniela Mazzoli

Anche questo è un libro fatto di considerazioni, pensieri, riflessioni e illuminazioni in cui ci si ritrova spesso e volentieri. Perché essere strana non è così strano.

Vai a Sarò strana io.

Ora dimmi di te di Andrea Camilleri (audiolibro)

Oh, per me Camilleri è il nonno ideale. E qui racconta la propria vita a Matilda, l’ultima arrivata in famiglia.
Come non amare l’intelligenza e l’umanità di quest’uomo?

Vai a Ora dimmi di te.

Per dieci minuti di Chiara Gamberale (audiolibro)

Fare una cosa nuova ogni giorno, per dieci minuti. Questa è la sfida che si è imposta la scrittrice per superare un grande dolore, e la testimonia in questo libricino.
Magari la vita cambia, giorno dopo giorno. Una lettura (per me ascolto) molto piacevole.

Vai a Per dieci minuti.

“si può dare di più”: i libri no

Il paradiso degli orchi di Daniel Pennac

Daniel, perché? Ti ho già letto in passato, e con soddisfazione, ma in questo libro non sono riuscita a trovare nessun punto a favore. Scrittura confusa, personaggi potenzialmente interessanti ma con poco spazio. Eppure la saga dei Malaussène è molto apprezzata. Beh, da me no.

Vai a Il paradiso degli orchi.

Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro

Altro titolo super osannato, ma che a me ha lasciato davvero interdetta. Ho trovato la scrittura super lenta e, diciamolo, noiosa. Il soggetto? Niente di nuovo. Sono la sola? Aiutatemi!

Vai a Non lasciarmi.

Accendimi di Marco Presta

La storia d’amore è tra una ragazza e una voce alla radio, anzi: la radio. Libro simpatico, ma sbrodola un po’ alla fine.

Vai a Accendimi.

Siamo arrivati alla fine. Che ne dite? Alcuni libri li avete letti anche voi? Volete suggerirmene altri, così da rimpiguare la mia già monumentale pila dei libri da leggere?

Fatemi sapere; e buona lettura, sempre.

Livergnano: la guerra, la roccia e il museo del signor Umberto

salvacondotto USA seconda guerra mondiale

Se vi dico Livergnano, vi viene in mente qualcosa? A me, prima di oggi, no.
Sapevo solo che è un paesino (anzi, un insieme di case a ridosso della strada) poco fuori Bologna, dove a volte capita di andare a mangiare per un pranzo domenicale fuori città.

Oggi, invece, Livergnano è stata per me una scoperta, di quelle che ti portano ad aprire gli occhi, ti fanno fare un viaggio nel passato per vedere meglio il presente. E questo grazie al signor Umberto, al suo amico 96enne Luciano e al caso, che spesso è il miglior alleato per fare nuove scoperte.

Ma vado con ordine.

“Se volete vedere una grotta-abitazione, entrate pure”.
Sentiamo una voce: è il signore che ci sta venendo incontro dall’altro lato della strada, aiutato dal suo bastone.

Sì, perché le case di Livergnano sono letteralmente scavate in un ammasso enorme di roccia, che i più esperti chiamano contrafforte pliocenico: un insieme di rupi rocciose in pietra arenaria che caratterizzano la zona tra le valli dei fiumi Setta, Reno, Savena, Zena e Idice.

livergnano

Il centro di Livergnano, con il suo masso roccioso.

Insomma, vediamo questo spazio che a una prima occhiata sembra un garage  e questo signore ci invita a entrare. Entriamo.

“E poi così potete vedere un po’ di cose”. Aggiunge, buttando lì la frase come se fosse un’ulteriore possibilità, quella di scoprire cosa contiene questo garage.

Che non è un garage: è un ambiente a livello della strada, scavato nella roccia, e pieno di elmi, divise, radio, borracce, lettere, resti di aerei, foto, confezioni di caffè, gavette militari, macchine da scrivere.
C’è tutto quello che la terra può restituire dopo un avvenimento tragico come una guerra. È un museo.

Livergnano, la battaglia dell’ottobre 1944

Qui, proprio qui, dove ora ci sono poche case, un bar, una trattoria e poco altro, nell’ottobre 1944 si è svolta una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale, al termine della quale i tedeschi abbandonarono la zona.
Qui infatti i due eserciti, quello tedesco da una parte e quello degli Alleati dall’altra, si combatterono ferocemente dal 10 al 15 ottobre 1944.

Me lo spiega Umberto Magnani, così si chiama il signore che ci ha invitati a entrare. Pensavamo di vedere una grotta abitata, ma ora tutto cambia. Ci mostra con orgoglio la sua collezione di cimeli: è il Centro documentale Winter Line.

Winter Line Museum

Ecco il Winter Line Museum e Umberto che illustra gli oggetti.

Umberto è una forza. Nonostante l’età si accende di passione per la sua raccolta di reperti storici e non vede l’ora di raccontare cosa c’è dietro ogni singolo oggetto.
Umberto gira per i boschi del primo Appennino bolognese con il metal detector e negli anni ha raccolto tutte queste testimonianze di vite, di uomini che hanno combattuto e spesso perso la vita proprio in questi boschi e in queste colline.

È questo che vuole fare Umberto: mantenere viva la memoria della vita di questi uomini, al di là dello schieramento: ci sono infatti sia oggetti americani che tedeschi. La quotidianità che si percepisce da questi oggetti mi colpisce davvero molto.

“Quanti morti ci sono stati?”

Sono passati 74 anni dalla battaglia, dalla guerra sulla Linea Gotica (o  Winter Line). Sono pochi o tanti?

Non saprei, so solo che c’è ancora chi li ha vissuti, quei giorni, ed è una fortuna poter ascoltare.

“Quanti morti ci sono stati?”, chiedo infatti a Luciano, un altro fiero, bellissimo signore di ben 96 anni che oggi è venuto a trovare Umberto. Luciano era un ufficiale della Regia Marina (il nome della Marina Militare fino al 1946).

“Dopo tutti questi anni non lo sappiamo, ogni tanto si trovano ancora nuovi resti”, mi risponde.

Visto che viviamo nell’era dei dati e volevo farmi un’idea, seppur vaga, sono andata su Google e ho trovato che si parla di circa 2.500 perdite per gli Alleati. È quindi un numero parziale ma che mette i brividi. Almeno 2.500 morti in 6 giorni.

Non solo americani: qui c’è anche un pezzo di Brasile

Livergnano, 6 novembre 1944

Dal diario di Don Giovanni Sfondrini (parroco di Livergnano).

“Oggi alle ore 12.45 un aereo brasiliano è precipitato in fiamme presso la località “Casoni” di Livergnano. Dal rifugio abbiamo osservato all’impressionante rogo.”

Sì, perché in questo piccolo paese dell’Appennino sono finite anche le vite di soldati brasiliani, che facevano parte delle forze degli Alleati. In particolare, qui si ricorda ogni 6 novembre la scomparsa dell’aviatore ventenne John Richardson Cordeiro e Silva, il cui aereo fu abbattutto e testimoniato dagli appunti sul diario del parroco del paese.

Curiosamente, mentre sono lì una graziosa ragazza passa a salutare Umberto: è brasiliana, ha un sorriso aperto e l’accento ancora marcato. Mai avrei immaginato di trovare un pezzetto di Brasile sui monti bolognesi, ed è incredibile pensare a come un piccolo territorio possa racchiudere in sé storie così diverse e provenienti da tutto il mondo.

Quante vite, famiglie, ricordi e dolori si sono intrecciati qui, e continuano a farlo.

Monumento al soldato di Livergnano

Monumento al soldato di Livergnano.

Come vedere il Winter Line Museum

Il museo Winter Line di Livergnano non ha orari precisi.

Vi posso dire però che se ci passate durante il weekend quasi sicuramente è aperto, a me è capitato così.
E se non lo è, secondo me basta chiedere in giro di Umberto 😉

Vi lascio qui il link al museo su Google Maps. Perché sappiate tutti dove si trova Livergnano, che non è solo un insieme di case a ridosso della strada.

 

 

 

Mexico! Un cinema alla riscossa, per davvero

Questa è la storia di un sogno e di un uomo che lotta per mantenerlo vivo. Un sogno che ha la forma di uno schermo, di una platea, di poster cinematografici.

Sono davvero contenta di aver scoperto Mexico! Un cinema alla riscossa, film documentario di Michele Rho che racconta la storia del cinema Mexico di Milano e di Antonio Sancassani, fondatore e anima di questo cinema.

La storia del Mexico

I fatti sono questi: il Mexico è uno dei rarissimi casi in Italia di sala cinematografica monoschermo indipendente, cioè fuori da qualsiasi circuito cinematografico. Antonio Sancassani, dopo tanti anni di esperienza nel settore, ha rilevato il Mexico nel 1980 e da allora lo guida, lo cura, lo anima.

È proprio questo il punto di forza che chi va al Mexico avverte nell’aria: il cinema ha un’anima. Mica come tutti quei multiplex comparsi negli ultimi anni.
Al Mexico si va anche senza sapere cosa dà il cartellone, tanto gli spettatori ormai si fidano. Sanno che qualcuno ha scelto per loro quel titolo con gusto ed esperienza  e si lasciano prendere per mano.

La bellezza di questo documentario sta, oltre nel raccontare la storia straordinaria di Antonio, nel parlare del cinema visto dalla parte dei gestori, figure poco raccontate ma fondamentali per il settore. Scopro così che la stragrande maggioranza delle sale non decide in autonomia cosa proiettare nel proprio cinema, ma è influenzata in modo massiccio dal proprio circuito.

Ovviamente è un percorso pieno di ostacoli, questo del Mexico: su alcuni film c’è addirittura il veto da parte della grande distribuzione e spesso le scelte “di nicchia” non richiamano molti spettatori.

Ma la passione del titolare è troppo forte e, finché ci sarà lui, il Mexico sarà un porto sicuro per chi ama il cinema e lo vuole vivere in modo diverso.
Qui sotto potete vedere il trailer del documentario, che vi consiglio davvero.

Qualche curiosità

  • Dagli anni ’80 ogni venerdì sera al Mexico viene proiettato The Rocky Horror Picture Show, con tanto di attori che animano le proiezioni (s)vestiti a tema. Devo fare in modo di trovarmi un venerdì sera a Milano!
  • Al Mexico un film è stato in programmazione per più di due anni. È stato il caso di Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, rifiutato da tutti i cinema prima di approdare al Mexico e diventare un caso sorprendente di passaparola.
  • Nella Milano degli anni d’oro del cinema c’era una zona chiamata “la piccola Broadway” dalle parti di Corso Vittorio Emanuele, chiamata così per il grande numero di sale cinematografiche che ospitava. Oggi sono rimasti 28 cinema dei 160 attivi negli anni ’70.

Il Mexico di Bologna

Non vorrei fare paragoni esagerati, ma a Bologna esiste un piccolo gioiello che cura con attenzione la propria programmazione e dove, così come al Mexico, ci si sente a casa.

È la sala in cui ho visto questo documentario: è il Cinema Teatro Galliera. Se siete a Bologna non potete perdervi un film qui, con tanto di magnifiche introduzioni fatte da Marta, la responsabile della comunicazione (anche se lei preferisce definirsi cassiera). Sono frequenti anche incontri con registi e/o attori per approfondire i film (anche ieri sera dopo la proiezione c’è stata una bella chiacchierata via Skype con Michele Rho, il regista).

Insomma, il Cinema Galliera non è propriamente indipendente (“siamo un cinema parrocchiale, ma siamo fighi comunque”: Marta dixit), ma vive della stessa forza che anima il Mexico: la vera passione per il cinema. Bravi! 🙂

FOTO/INDUSTRIA: diario di una visitatrice seriale (part 2)

MAST

Bentornati alla seconda parte del mio girovagare per le mostre di Foto/Industria.
Vi siete persi la prima parte? Male, molto male, però potete recuperare 😉

Vi dico già che sono molto orgogliosa di aver visto finora 13 mostre su 14. Gimme five!
Mi manca la mostra ospitata al MAMbo: penso riuscirò a vedere anche quella, intanto ecco le mie impressioni sulle ultime che ho visto.

AGGIORNAMENTO: ho fatto l’en plein! In fondo all’articolo vedete anche l’ultima mostra che ho visto.

Settima tappa: Mitch Epstein @ Pinacoteca di Bologna

Eccoci nei grandi e grossi USA, ieri e oggi.
La prima parte della mostra è dedicata infatti alle fasi della costruzione della cittadina di Lynch (1917-20) fotografate da un amatore, mentre nella seconda parte si rimane attoniti dalla potenza delle foto di Mitch Epstein che testimoniano l’invasività dei grandi stabilimenti energetici sul paesaggio americano.

Molto trumpiana questa parte degli Stati Uniti: arrogante, distruttiva, spocchiosa e inquietante.

Mitch Epstein

Mitch Epstein

Ottava tappa: Joan Fontcuberta @ Palazzo Boncompagni

Oh beh, fatemi dire che questa mostra è geniale.

Tratta della vicenda misteriosa di Ivan I., cosmonauta russo sparito durante una missione spaziale nel ’68 e cancellato poi dalla propaganda sovietica.
Oppure… oppure questo è quello che ci vuol far credere quel burlone di Joan Fontcuberta.
Confesso che ci ho creduto fino alla foto del messaggio in bottiglia di vodka nello spazio (poi una carinissima guida ha confermato i miei dubbi).

Sì, mi sono sentita presa in giro da questa mostra, ma e questa è la parte eccezionale mi è piaciuto essere stata presa in giro. Mi ha fatto riflettere su quante cose simili avvengano realmente ogni giorno: notizie false, montature, bufale. Tocca a noi allenare i nostri occhi a un giusto livello di critica (senza urlare “Gomblotto!1!!1” ogni due per tre, s’intende).

Joan Fontcuberta

Joan Fontcuberta

Nona tappa: Lee Friedlander @ Fondazione del Monte

USA, anni ’80: negli anni cambiano le pettinature, ma non le espressioni davanti a uno schermo. Come te ora, come me ora.

Lee Friedlander

Lee Friedlander

Decima tappa: Thomas Ruff @ MAST

Qui Thomes Ruff ci parla di macchine, ingranaggi, pixel e visioni notturne.

Siamo al MAST, quartier generale della Fondazione che organizza tutto questo bendidìo (e che ora ospita anche una scultura di Anish Kapoor, vedi foto principale dell’articolo): una visita qui è d’obbligo.

Thomas Ruff

Thomas Ruff

Undicesima tappa: Yukichi Watabe @ Palazzo Poggi

Giappone, anni ’50: un crimine efferato, un detective che indaga e un fotografo, Yukichi Watabe, che ne segue i passi. Paura, eh?

A parte gli scherzi, le foto sono molto interessanti perché fanno vedere un volto diverso del Giappone, quello appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, con le sue ferite e le sue crepe.

Yukichi Watabe

Yukichi Watabe

Dodicesima tappa: Mårten Lange @ Teatro San Leonardo

Se devo essere sincera, la cosa che mi ha colpito di più di questa mostra è la location: un piccolo teatro (ex chiesa?) in un anonimo palazzo del centro. Peccato ci fosse troppa poca luce per fare foto decenti, ci tornerò!

Le foto di Mårten Lange sono un’osservazione su scienza e tecnologia, tra dettagli di laboratori di ricerca e di industrie.

Mårten Lange

Mårten Lange

Tredicesima tappa: John Myers @ Museo Internazionale della Musica

Le foto di John Myers testimoniamo il cambiamento del paesaggio dell’Inghilterra degli anni ’80 nella cosiddetta Black Country, nota come l'”officina del mondo”: addio vecchie imprese manifatturiere, benvenuti asfalto e grandi magazzini.

John Myers

John Myers

Quattordicesima (e ultima!) tappa: Vincent Fournier @ MAMbo

Vincent Fournier ci fa ipotizzare un futuro (prossimo?) a base di passeggiate spaziali e robottini. Realtà, fantasia, preveggenza, auspicio o minaccia? Ai posteri l’ardua sentenza, come si dice. Intanto le foto sono bellissime.

Vincent Fournier

Vincent Fournier

Finito!

Pacca sulla spalla a me per aver girellato per tutta Bologna, e pacca sulla spalla a voi per aver letto fino a qui. 🙂

—> Utimissima cosa: se potete, non perdetevi gli eventi (anche quelli sono gratuiti) organizzati da Foto/Industria: visite guidate con artisti e curatori, proiezioni, incontri…cosa volere di più?

Fino al 19 novembre, qui trovate tutti gli eventi.

 

 

FOTO/INDUSTRIA: diario di una visitatrice seriale (part 1)

Se dovessi pensare a un evento culturale di Bologna da consigliare, una manifestazione che aspetto con ansia ogni volta, che mi riempie il cuore (e gli occhi) e che mi fa tanto tanto amare chi la crea, direi di sicuro la biennale Foto/Industria organizzata dalla Fondazione MAST.

14 mostre sparse per Bologna (tutte in centro, tranne quella al MAST) che affrontano in modo intelligente e attento la tematica del rapporto fotografia-impresa-lavoro, a ingresso gratuito e con una ricchissima agenda di visite guidate, incontri, proiezioni.

Come perdersi un’occasione simile, da buona bolognese?

Impossibile!

Ecco quindi la prima parte delle mostre che ho visto.
Armata di tanta voglia e di uno smartphone per immortalare nel mio piccolo le mostre, ho fatto il primo percorso nella zona della Bologna upper-class. La prossima zona da visitare sarà quella universitaria, più pop.

Prima tappa: Carlo Valsecchi @ ex Ospedale dei Bastardini

Cominciamo da una meraviglia: la mostra di Carlo Valsecchi. Qui ho avuto la fortuna di seguire la visita guidata con l’artista e il curatore Urs Stahel. Le foto sono quelle di un progetto fatto per Philip Morris, dove padiglioni e macchinari diventano visioni fantascientifiche, riflessioni sul tempo, dettagli quasi pittorici.

Carlo Valsecchi lavora in analogico e con la luce che trova nell’ambiente, senza aggiunte o modifiche. Ogni scatto è studiato a lungo e in modo rigoroso.

Chapeau!

Carlo Valsecchi

Carlo Valsecchi

Seconda tappa: Mathieu Bernard-Reymond @ Spazio Carbonesi

Se Valsecchi lavora solo in analogico, Mathieu Bernard-Reymond fa delle possibilità del digitale il fulcro del suo progetto. Da foto di centrali idroelettriche, supermercati e centrali nucleari estrapola dettagli che poi distorce in post-produzione fino a raggiungere immagini astratte.

Particolare.

Mathieu Bernard-Reymond

Mathieu Bernard-Reymond

Terza tappa: Alexander Rodchenko @ Fondazione Carisbo

Russia, primo ‘900. Alexander Rodchenko testimonia le grandi industrie sovietiche, le infrastrutture, i proletari, perfino i campi di lavoro forzati. In particolare mi ha colpito tantissimo una foto dei campi in cui un’orchestra suona per i “lavoratori”. Propaganda, sberleffo? Non so, intanto potete vedere la foto qui sotto.

Bellissime composizioni con prospettive vertiginose. Una grande testimonianza storica.

Alexander Rodchenko

Alexander Rodchenko

Quarta tappa: Michele Borzoni @ Palazzo Pepoli Campogrande

Forse già sapete della mia passione per questo palazzo, cugino sfigatello del più famoso Palazzo Pepoli gestito da Genus Bononiae (tanto che il PP Campogrande non c’è su Google Maps e non posso mettervi il link! Comunque, andate a Palazzo Pepoli e attraversare la strada: siete arrivati).

Ma torniamo a noi: qui non c’è una vera e propria mostra, ma un video con lo scorrere di foto con cui Michele Borzoni vuole mostrare l’Italia del lavoro in questi anni di recessione, difficoltà, incongruenze. Una selezione molto interessante, che fa pensare.

Nella bellissima sala eravamo in due: io e una signora sui sessant’anni. A un certo punto abbiamo cominciato a commentare le foto e subito sono venute fuori le difficoltà della mia generazione e di quella di sua figlia, poco più grande di me.

Che dire, quando una mostra porta ad aprirti con una sconosciuta su un tema delicato come il lavoro, penso che abbia proprio centrato l’obiettivo.

Quinta tappa: Mimmo Jodice @ Santa Maria della Vita

Se c’è un’altra cosa che amo di questa manifestazione è il fatto di poter entrare in posti normalmente chiusi al pubblico, oppure di riscoprire luoghi già conosciuti con occhi nuovi.

Qui in Santa Maria della Vita ero già stata per vedere il magnifico Compianto di Niccolò dell’Arca, ma non mi era mai capitato di accedere all’Oratorio. Beh: fatelo. Dico solo questo.

Le foto esposte qui di Mimmo Jodice fotografano gli anni ’70, le lotte, Napoli e la sua gente.

Mimmo Jodice

Mimmo Jodice

Sesta (e ultima, per ora) tappa: Josef Koudelka @ Museo Civico Archeologico

Chiudiamo alla grande, ragazzi.

Questa di Josef Koudelka è la mostra più grande di questo tour. Panoramica direi, come le sue foto: ampie rappresentazioni di paesaggi industriali.

Qui si vede l’uomo quando si appropria della terra, quando prende e scappa, quando modifica, turba, sfrutta. Una mostra potente.

Josef Koudelka

Josef Koudelka

Bene, ora tocca a voi: c’è tempo fino al 19 novembre!

A presto per la seconda parte 😉

 

Un cinema in Corea del Nord e voli pindarici su internet

Questo articolo parte da un video su Facebook e arriva a un cinema in Corea del Nord.

Piano, vado per punti: qualche tempo fa mi sono ritrovata a leggere un articolo su Robinson, il magnifico settimanale della Repubblica che esce ogni domenica (e che vi consiglio!).

L’articolo in questione parlava del tema della censura. Era un’intervista a uno storico di cui non ricordo il nome, chiedo venia il quale diceva che i censori sono stati a lungo ritenuti degli esseri poco intelligenti, puri esecutori che non capivano fino in fondo quello che facevano, quello che censuravano. L’intervistato invece sosteneva che no, i censori sono stati (o sono tuttora) persone che comprendono perfettamente quello che fanno e, soprattutto, quello che censurano. Sono consapevoli della loro attività e, a volte, approfondiscono attentamente quello che censurano.

Stacco

Poche ore dopo vedo su Facebook un video, ambientato in una per me sconosciuta città orientale. Cosa faccio allora? Sì, esatto: vado su Google e faccio la mia ricerca.

Finisco così in Malesia. Bene, perfetto, grazie Google.

Poi mi è venuta voglia di vedere esattamente rispetto alla Malesia dove si trovasse la Corea. Ottimo, vado. Atterro prima in quella del Sud, poi ovviamente la mia attenzione va alla cugina feroce del Nord.

Avete mai provato a fare un tour turistico via Google Maps su Pyongyang? Bene, troverete una serie di immagini di strade senza nome e pochissime indicazioni di negozi e di istituzioni.

Un deserto di informazioni insomma, laddove invece c’è una città piena di persone, cose, strade, negozi.

In mezzo a tutto questo deserto mi salta però all’occhio una scritta: Taedongmun Cinema, del quale vedete una foto qui sotto.

Taedongmun Cinema in Pyongyang with trolley buses passing.jpg

“Cinema? Wow!”
Ho pensato subito a uno scorcio di normalità in un paese tutt’altro che normale e mi sono quasi gasata, ma è durato poco.

Se googlate il cinema infatti vi verranno fuori pochissime informazioni, tra cui un triste video di propaganda e queste abbacchiate righe sul sito della Lonely Planet:

Cinema, theatre and opera trips are possible (although rare), and while films, operas or plays aren’t likely to be of a particularly gripping order, again, it’s the experience that is interesting.

Mi sono ritrovata quindi a pensare diverse cose:

  • quanto diamo per scontato il fatto di avere ogni giorno sotto mano milioni di informazioni e di poterne avere libero accesso;
  • come la vera ricchezza di oggi sia rappresentata dai dati e dalla loro fruizione;
  • quanto il potere (in tutte le sue forme: politico, economico, sociale, di massa) sappia perfettamente tutto questo e agisca proprio sull’accesso alle informazioni, ricorrendo a volte alla censura, a volte all’uso distorto delle informazioni.

La chiudo qui che si potrebbe aprire un discorso infinito, ma ho voluto condividere con voi queste mie riflessioni (o super cazzole, se preferite) perché trovo che a volte sia importante guardare dall’esterno il mondo virtuale, in cui ci ritroviamo immersi tutti i giorni.