Livergnano: la guerra, la roccia e il museo del signor Umberto

salvacondotto USA seconda guerra mondiale

Se vi dico Livergnano, vi viene in mente qualcosa? A me, prima di oggi, no.
Sapevo solo che è un paesino (anzi, un insieme di case a ridosso della strada) poco fuori Bologna, dove a volte capita di andare a mangiare per un pranzo domenicale fuori città.

Oggi, invece, Livergnano è stata per me una scoperta, di quelle che ti portano ad aprire gli occhi, ti fanno fare un viaggio nel passato per vedere meglio il presente. E questo grazie al signor Umberto, al suo amico 96enne Luciano e al caso, che spesso è il miglior alleato per fare nuove scoperte.

Ma vado con ordine.

“Se volete vedere una grotta-abitazione, entrate pure”.
Sentiamo una voce: è il signore che ci sta venendo incontro dall’altro lato della strada, aiutato dal suo bastone.

Sì, perché le case di Livergnano sono letteralmente scavate in un ammasso enorme di roccia, che i più esperti chiamano contrafforte pliocenico: un insieme di rupi rocciose in pietra arenaria che caratterizzano la zona tra le valli dei fiumi Setta, Reno, Savena, Zena e Idice.

livergnano

Il centro di Livergnano, con il suo masso roccioso.

Insomma, vediamo questo spazio che a una prima occhiata sembra un garage  e questo signore ci invita a entrare. Entriamo.

“E poi così potete vedere un po’ di cose”. Aggiunge, buttando lì la frase come se fosse un’ulteriore possibilità, quella di scoprire cosa contiene questo garage.

Che non è un garage: è un ambiente a livello della strada, scavato nella roccia, e pieno di elmi, divise, radio, borracce, lettere, resti di aerei, foto, confezioni di caffè, gavette militari, macchine da scrivere.
C’è tutto quello che la terra può restituire dopo un avvenimento tragico come una guerra. È un museo.

Livergnano, la battaglia dell’ottobre 1944

Qui, proprio qui, dove ora ci sono poche case, un bar, una trattoria e poco altro, nell’ottobre 1944 si è svolta una delle battaglie più cruente della seconda guerra mondiale, al termine della quale i tedeschi abbandonarono la zona.
Qui infatti i due eserciti, quello tedesco da una parte e quello degli Alleati dall’altra, si combatterono ferocemente dal 10 al 15 ottobre 1944.

Me lo spiega Umberto Magnani, così si chiama il signore che ci ha invitati a entrare. Pensavamo di vedere una grotta abitata, ma ora tutto cambia. Ci mostra con orgoglio la sua collezione di cimeli: è il Centro documentale Winter Line.

Winter Line Museum

Ecco il Winter Line Museum e Umberto che illustra gli oggetti.

Umberto è una forza. Nonostante l’età si accende di passione per la sua raccolta di reperti storici e non vede l’ora di raccontare cosa c’è dietro ogni singolo oggetto.
Umberto gira per i boschi del primo Appennino bolognese con il metal detector e negli anni ha raccolto tutte queste testimonianze di vite, di uomini che hanno combattuto e spesso perso la vita proprio in questi boschi e in queste colline.

È questo che vuole fare Umberto: mantenere viva la memoria della vita di questi uomini, al di là dello schieramento: ci sono infatti sia oggetti americani che tedeschi. La quotidianità che si percepisce da questi oggetti mi colpisce davvero molto.

“Quanti morti ci sono stati?”

Sono passati 74 anni dalla battaglia, dalla guerra sulla Linea Gotica (o  Winter Line). Sono pochi o tanti?

Non saprei, so solo che c’è ancora chi li ha vissuti, quei giorni, ed è una fortuna poter ascoltare.

“Quanti morti ci sono stati?”, chiedo infatti a Luciano, un altro fiero, bellissimo signore di ben 96 anni che oggi è venuto a trovare Umberto. Luciano era un ufficiale della Regia Marina (il nome della Marina Militare fino al 1946).

“Dopo tutti questi anni non lo sappiamo, ogni tanto si trovano ancora nuovi resti”, mi risponde.

Visto che viviamo nell’era dei dati e volevo farmi un’idea, seppur vaga, sono andata su Google e ho trovato che si parla di circa 2.500 perdite per gli Alleati. È quindi un numero parziale ma che mette i brividi. Almeno 2.500 morti in 6 giorni.

Non solo americani: qui c’è anche un pezzo di Brasile

Livergnano, 6 novembre 1944

Dal diario di Don Giovanni Sfondrini (parroco di Livergnano).

“Oggi alle ore 12.45 un aereo brasiliano è precipitato in fiamme presso la località “Casoni” di Livergnano. Dal rifugio abbiamo osservato all’impressionante rogo.”

Sì, perché in questo piccolo paese dell’Appennino sono finite anche le vite di soldati brasiliani, che facevano parte delle forze degli Alleati. In particolare, qui si ricorda ogni 6 novembre la scomparsa dell’aviatore ventenne John Richardson Cordeiro e Silva, il cui aereo fu abbattutto e testimoniato dagli appunti sul diario del parroco del paese.

Curiosamente, mentre sono lì una graziosa ragazza passa a salutare Umberto: è brasiliana, ha un sorriso aperto e l’accento ancora marcato. Mai avrei immaginato di trovare un pezzetto di Brasile sui monti bolognesi, ed è incredibile pensare a come un piccolo territorio possa racchiudere in sé storie così diverse e provenienti da tutto il mondo.

Quante vite, famiglie, ricordi e dolori si sono intrecciati qui, e continuano a farlo.

Monumento al soldato di Livergnano

Monumento al soldato di Livergnano.

Come vedere il Winter Line Museum

Il museo Winter Line di Livergnano non ha orari precisi.

Vi posso dire però che se ci passate durante il weekend quasi sicuramente è aperto, a me è capitato così.
E se non lo è, secondo me basta chiedere in giro di Umberto 😉

Vi lascio qui il link al museo su Google Maps. Perché sappiate tutti dove si trova Livergnano, che non è solo un insieme di case a ridosso della strada.

 

 

 

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Mexico! Un cinema alla riscossa, per davvero

Questa è la storia di un sogno e di un uomo che lotta per mantenerlo vivo. Un sogno che ha la forma di uno schermo, di una platea, di poster cinematografici.

Sono davvero contenta di aver scoperto Mexico! Un cinema alla riscossa, film documentario di Michele Rho che racconta la storia del cinema Mexico di Milano e di Antonio Sancassani, fondatore e anima di questo cinema.

La storia del Mexico

I fatti sono questi: il Mexico è uno dei rarissimi casi in Italia di sala cinematografica monoschermo indipendente, cioè fuori da qualsiasi circuito cinematografico. Antonio Sancassani, dopo tanti anni di esperienza nel settore, ha rilevato il Mexico nel 1980 e da allora lo guida, lo cura, lo anima.

È proprio questo il punto di forza che chi va al Mexico avverte nell’aria: il cinema ha un’anima. Mica come tutti quei multiplex comparsi negli ultimi anni.
Al Mexico si va anche senza sapere cosa dà il cartellone, tanto gli spettatori ormai si fidano. Sanno che qualcuno ha scelto per loro quel titolo con gusto ed esperienza  e si lasciano prendere per mano.

La bellezza di questo documentario sta, oltre nel raccontare la storia straordinaria di Antonio, nel parlare del cinema visto dalla parte dei gestori, figure poco raccontate ma fondamentali per il settore. Scopro così che la stragrande maggioranza delle sale non decide in autonomia cosa proiettare nel proprio cinema, ma è influenzata in modo massiccio dal proprio circuito.

Ovviamente è un percorso pieno di ostacoli, questo del Mexico: su alcuni film c’è addirittura il veto da parte della grande distribuzione e spesso le scelte “di nicchia” non richiamano molti spettatori.

Ma la passione del titolare è troppo forte e, finché ci sarà lui, il Mexico sarà un porto sicuro per chi ama il cinema e lo vuole vivere in modo diverso.
Qui sotto potete vedere il trailer del documentario, che vi consiglio davvero.

Qualche curiosità

  • Dagli anni ’80 ogni venerdì sera al Mexico viene proiettato The Rocky Horror Picture Show, con tanto di attori che animano le proiezioni (s)vestiti a tema. Devo fare in modo di trovarmi un venerdì sera a Milano!
  • Al Mexico un film è stato in programmazione per più di due anni. È stato il caso di Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, rifiutato da tutti i cinema prima di approdare al Mexico e diventare un caso sorprendente di passaparola.
  • Nella Milano degli anni d’oro del cinema c’era una zona chiamata “la piccola Broadway” dalle parti di Corso Vittorio Emanuele, chiamata così per il grande numero di sale cinematografiche che ospitava. Oggi sono rimasti 28 cinema dei 160 attivi negli anni ’70.

Il Mexico di Bologna

Non vorrei fare paragoni esagerati, ma a Bologna esiste un piccolo gioiello che cura con attenzione la propria programmazione e dove, così come al Mexico, ci si sente a casa.

È la sala in cui ho visto questo documentario: è il Cinema Teatro Galliera. Se siete a Bologna non potete perdervi un film qui, con tanto di magnifiche introduzioni fatte da Marta, la responsabile della comunicazione (anche se lei preferisce definirsi cassiera). Sono frequenti anche incontri con registi e/o attori per approfondire i film (anche ieri sera dopo la proiezione c’è stata una bella chiacchierata via Skype con Michele Rho, il regista).

Insomma, il Cinema Galliera non è propriamente indipendente (“siamo un cinema parrocchiale, ma siamo fighi comunque”: Marta dixit), ma vive della stessa forza che anima il Mexico: la vera passione per il cinema. Bravi! 🙂

FOTO/INDUSTRIA: diario di una visitatrice seriale (part 2)

MAST

Bentornati alla seconda parte del mio girovagare per le mostre di Foto/Industria.
Vi siete persi la prima parte? Male, molto male, però potete recuperare 😉

Vi dico già che sono molto orgogliosa di aver visto finora 13 mostre su 14. Gimme five!
Mi manca la mostra ospitata al MAMbo: penso riuscirò a vedere anche quella, intanto ecco le mie impressioni sulle ultime che ho visto.

AGGIORNAMENTO: ho fatto l’en plein! In fondo all’articolo vedete anche l’ultima mostra che ho visto.

Settima tappa: Mitch Epstein @ Pinacoteca di Bologna

Eccoci nei grandi e grossi USA, ieri e oggi.
La prima parte della mostra è dedicata infatti alle fasi della costruzione della cittadina di Lynch (1917-20) fotografate da un amatore, mentre nella seconda parte si rimane attoniti dalla potenza delle foto di Mitch Epstein che testimoniano l’invasività dei grandi stabilimenti energetici sul paesaggio americano.

Molto trumpiana questa parte degli Stati Uniti: arrogante, distruttiva, spocchiosa e inquietante.

Mitch Epstein

Mitch Epstein

Ottava tappa: Joan Fontcuberta @ Palazzo Boncompagni

Oh beh, fatemi dire che questa mostra è geniale.

Tratta della vicenda misteriosa di Ivan I., cosmonauta russo sparito durante una missione spaziale nel ’68 e cancellato poi dalla propaganda sovietica.
Oppure… oppure questo è quello che ci vuol far credere quel burlone di Joan Fontcuberta.
Confesso che ci ho creduto fino alla foto del messaggio in bottiglia di vodka nello spazio (poi una carinissima guida ha confermato i miei dubbi).

Sì, mi sono sentita presa in giro da questa mostra, ma e questa è la parte eccezionale mi è piaciuto essere stata presa in giro. Mi ha fatto riflettere su quante cose simili avvengano realmente ogni giorno: notizie false, montature, bufale. Tocca a noi allenare i nostri occhi a un giusto livello di critica (senza urlare “Gomblotto!1!!1” ogni due per tre, s’intende).

Joan Fontcuberta

Joan Fontcuberta

Nona tappa: Lee Friedlander @ Fondazione del Monte

USA, anni ’80: negli anni cambiano le pettinature, ma non le espressioni davanti a uno schermo. Come te ora, come me ora.

Lee Friedlander

Lee Friedlander

Decima tappa: Thomas Ruff @ MAST

Qui Thomes Ruff ci parla di macchine, ingranaggi, pixel e visioni notturne.

Siamo al MAST, quartier generale della Fondazione che organizza tutto questo bendidìo (e che ora ospita anche una scultura di Anish Kapoor, vedi foto principale dell’articolo): una visita qui è d’obbligo.

Thomas Ruff

Thomas Ruff

Undicesima tappa: Yukichi Watabe @ Palazzo Poggi

Giappone, anni ’50: un crimine efferato, un detective che indaga e un fotografo, Yukichi Watabe, che ne segue i passi. Paura, eh?

A parte gli scherzi, le foto sono molto interessanti perché fanno vedere un volto diverso del Giappone, quello appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, con le sue ferite e le sue crepe.

Yukichi Watabe

Yukichi Watabe

Dodicesima tappa: Mårten Lange @ Teatro San Leonardo

Se devo essere sincera, la cosa che mi ha colpito di più di questa mostra è la location: un piccolo teatro (ex chiesa?) in un anonimo palazzo del centro. Peccato ci fosse troppa poca luce per fare foto decenti, ci tornerò!

Le foto di Mårten Lange sono un’osservazione su scienza e tecnologia, tra dettagli di laboratori di ricerca e di industrie.

Mårten Lange

Mårten Lange

Tredicesima tappa: John Myers @ Museo Internazionale della Musica

Le foto di John Myers testimoniamo il cambiamento del paesaggio dell’Inghilterra degli anni ’80 nella cosiddetta Black Country, nota come l'”officina del mondo”: addio vecchie imprese manifatturiere, benvenuti asfalto e grandi magazzini.

John Myers

John Myers

Quattordicesima (e ultima!) tappa: Vincent Fournier @ MAMbo

Vincent Fournier ci fa ipotizzare un futuro (prossimo?) a base di passeggiate spaziali e robottini. Realtà, fantasia, preveggenza, auspicio o minaccia? Ai posteri l’ardua sentenza, come si dice. Intanto le foto sono bellissime.

Vincent Fournier

Vincent Fournier

Finito!

Pacca sulla spalla a me per aver girellato per tutta Bologna, e pacca sulla spalla a voi per aver letto fino a qui. 🙂

—> Utimissima cosa: se potete, non perdetevi gli eventi (anche quelli sono gratuiti) organizzati da Foto/Industria: visite guidate con artisti e curatori, proiezioni, incontri…cosa volere di più?

Fino al 19 novembre, qui trovate tutti gli eventi.

 

 

FOTO/INDUSTRIA: diario di una visitatrice seriale (part 1)

Se dovessi pensare a un evento culturale di Bologna da consigliare, una manifestazione che aspetto con ansia ogni volta, che mi riempie il cuore (e gli occhi) e che mi fa tanto tanto amare chi la crea, direi di sicuro la biennale Foto/Industria organizzata dalla Fondazione MAST.

14 mostre sparse per Bologna (tutte in centro, tranne quella al MAST) che affrontano in modo intelligente e attento la tematica del rapporto fotografia-impresa-lavoro, a ingresso gratuito e con una ricchissima agenda di visite guidate, incontri, proiezioni.

Come perdersi un’occasione simile, da buona bolognese?

Impossibile!

Ecco quindi la prima parte delle mostre che ho visto.
Armata di tanta voglia e di uno smartphone per immortalare nel mio piccolo le mostre, ho fatto il primo percorso nella zona della Bologna upper-class. La prossima zona da visitare sarà quella universitaria, più pop.

Prima tappa: Carlo Valsecchi @ ex Ospedale dei Bastardini

Cominciamo da una meraviglia: la mostra di Carlo Valsecchi. Qui ho avuto la fortuna di seguire la visita guidata con l’artista e il curatore Urs Stahel. Le foto sono quelle di un progetto fatto per Philip Morris, dove padiglioni e macchinari diventano visioni fantascientifiche, riflessioni sul tempo, dettagli quasi pittorici.

Carlo Valsecchi lavora in analogico e con la luce che trova nell’ambiente, senza aggiunte o modifiche. Ogni scatto è studiato a lungo e in modo rigoroso.

Chapeau!

Carlo Valsecchi

Carlo Valsecchi

Seconda tappa: Mathieu Bernard-Reymond @ Spazio Carbonesi

Se Valsecchi lavora solo in analogico, Mathieu Bernard-Reymond fa delle possibilità del digitale il fulcro del suo progetto. Da foto di centrali idroelettriche, supermercati e centrali nucleari estrapola dettagli che poi distorce in post-produzione fino a raggiungere immagini astratte.

Particolare.

Mathieu Bernard-Reymond

Mathieu Bernard-Reymond

Terza tappa: Alexander Rodchenko @ Fondazione Carisbo

Russia, primo ‘900. Alexander Rodchenko testimonia le grandi industrie sovietiche, le infrastrutture, i proletari, perfino i campi di lavoro forzati. In particolare mi ha colpito tantissimo una foto dei campi in cui un’orchestra suona per i “lavoratori”. Propaganda, sberleffo? Non so, intanto potete vedere la foto qui sotto.

Bellissime composizioni con prospettive vertiginose. Una grande testimonianza storica.

Alexander Rodchenko

Alexander Rodchenko

Quarta tappa: Michele Borzoni @ Palazzo Pepoli Campogrande

Forse già sapete della mia passione per questo palazzo, cugino sfigatello del più famoso Palazzo Pepoli gestito da Genus Bononiae (tanto che il PP Campogrande non c’è su Google Maps e non posso mettervi il link! Comunque, andate a Palazzo Pepoli e attraversare la strada: siete arrivati).

Ma torniamo a noi: qui non c’è una vera e propria mostra, ma un video con lo scorrere di foto con cui Michele Borzoni vuole mostrare l’Italia del lavoro in questi anni di recessione, difficoltà, incongruenze. Una selezione molto interessante, che fa pensare.

Nella bellissima sala eravamo in due: io e una signora sui sessant’anni. A un certo punto abbiamo cominciato a commentare le foto e subito sono venute fuori le difficoltà della mia generazione e di quella di sua figlia, poco più grande di me.

Che dire, quando una mostra porta ad aprirti con una sconosciuta su un tema delicato come il lavoro, penso che abbia proprio centrato l’obiettivo.

Quinta tappa: Mimmo Jodice @ Santa Maria della Vita

Se c’è un’altra cosa che amo di questa manifestazione è il fatto di poter entrare in posti normalmente chiusi al pubblico, oppure di riscoprire luoghi già conosciuti con occhi nuovi.

Qui in Santa Maria della Vita ero già stata per vedere il magnifico Compianto di Niccolò dell’Arca, ma non mi era mai capitato di accedere all’Oratorio. Beh: fatelo. Dico solo questo.

Le foto esposte qui di Mimmo Jodice fotografano gli anni ’70, le lotte, Napoli e la sua gente.

Mimmo Jodice

Mimmo Jodice

Sesta (e ultima, per ora) tappa: Josef Koudelka @ Museo Civico Archeologico

Chiudiamo alla grande, ragazzi.

Questa di Josef Koudelka è la mostra più grande di questo tour. Panoramica direi, come le sue foto: ampie rappresentazioni di paesaggi industriali.

Qui si vede l’uomo quando si appropria della terra, quando prende e scappa, quando modifica, turba, sfrutta. Una mostra potente.

Josef Koudelka

Josef Koudelka

Bene, ora tocca a voi: c’è tempo fino al 19 novembre!

A presto per la seconda parte 😉

 

Un cinema in Corea del Nord e voli pindarici su internet

Questo articolo parte da un video su Facebook e arriva a un cinema in Corea del Nord.

Piano, vado per punti: qualche tempo fa mi sono ritrovata a leggere un articolo su Robinson, il magnifico settimanale della Repubblica che esce ogni domenica (e che vi consiglio!).

L’articolo in questione parlava del tema della censura. Era un’intervista a uno storico di cui non ricordo il nome, chiedo venia il quale diceva che i censori sono stati a lungo ritenuti degli esseri poco intelligenti, puri esecutori che non capivano fino in fondo quello che facevano, quello che censuravano. L’intervistato invece sosteneva che no, i censori sono stati (o sono tuttora) persone che comprendono perfettamente quello che fanno e, soprattutto, quello che censurano. Sono consapevoli della loro attività e, a volte, approfondiscono attentamente quello che censurano.

Stacco

Poche ore dopo vedo su Facebook un video, ambientato in una per me sconosciuta città orientale. Cosa faccio allora? Sì, esatto: vado su Google e faccio la mia ricerca.

Finisco così in Malesia. Bene, perfetto, grazie Google.

Poi mi è venuta voglia di vedere esattamente rispetto alla Malesia dove si trovasse la Corea. Ottimo, vado. Atterro prima in quella del Sud, poi ovviamente la mia attenzione va alla cugina feroce del Nord.

Avete mai provato a fare un tour turistico via Google Maps su Pyongyang? Bene, troverete una serie di immagini di strade senza nome e pochissime indicazioni di negozi e di istituzioni.

Un deserto di informazioni insomma, laddove invece c’è una città piena di persone, cose, strade, negozi.

In mezzo a tutto questo deserto mi salta però all’occhio una scritta: Taedongmun Cinema, del quale vedete una foto qui sotto.

Taedongmun Cinema in Pyongyang with trolley buses passing.jpg

“Cinema? Wow!”
Ho pensato subito a uno scorcio di normalità in un paese tutt’altro che normale e mi sono quasi gasata, ma è durato poco.

Se googlate il cinema infatti vi verranno fuori pochissime informazioni, tra cui un triste video di propaganda e queste abbacchiate righe sul sito della Lonely Planet:

Cinema, theatre and opera trips are possible (although rare), and while films, operas or plays aren’t likely to be of a particularly gripping order, again, it’s the experience that is interesting.

Mi sono ritrovata quindi a pensare diverse cose:

  • quanto diamo per scontato il fatto di avere ogni giorno sotto mano milioni di informazioni e di poterne avere libero accesso;
  • come la vera ricchezza di oggi sia rappresentata dai dati e dalla loro fruizione;
  • quanto il potere (in tutte le sue forme: politico, economico, sociale, di massa) sappia perfettamente tutto questo e agisca proprio sull’accesso alle informazioni, ricorrendo a volte alla censura, a volte all’uso distorto delle informazioni.

La chiudo qui che si potrebbe aprire un discorso infinito, ma ho voluto condividere con voi queste mie riflessioni (o super cazzole, se preferite) perché trovo che a volte sia importante guardare dall’esterno il mondo virtuale, in cui ci ritroviamo immersi tutti i giorni.

Un museo di cui innamorarsi

 

“L’ignoranza è la più grave malattia dell’uomo” (Gianni Pelagalli)

Questa frase, che alla prima lettura potrebbe sembrare un po’ saccente e altezzosa, racchiude l’anima e la vita di un museo davvero particolare (oltre che essere dannatamente vera, ma è un’altra storia).

Andiamo per gradi: a Bologna, in una piccola e anonima stradina vicino all’ospedale Maggiore, si trova il Museo della Comunicazione G. Pelagalli.

Più di 2000 pezzi originali e funzionanti che raccontano le origini e l’evoluzione degli strumenti della moderna comunicazione: si parte dal ‘700 fino ad arrivare agli anni 2000. Radio, fonografia, cinema, telefono, televisione, computer…qualsiasi strumento vi venga in mente per comunicare, qui se ne trovano le origini e la storia.

Ma questa non è solo la storia di un museo, è la storia di una passione.
Giovanni (detto Gianni) Pelagalli è il cuore e l’anima di tutto, una personalità istrionica che ammalia (non a caso è anche appassionato di prestidigitazione): alto, dall’aspetto gentile e gli occhi vivaci, bolognese doc appartenente a quella generazione che ha visto nascere e fiorire la Bologna dei fratelli Ducati, amico di Elettra Marconi ed ex-imprenditore nel settore delle telecomunicazioni.

Chiusa l’azienda, Gianni decide di dedicare tutto se stesso alla ricerca e alla raccolta di pezzi unici della comunicazione. In poche parole decide di dare vita a questo museo, e lo fa così bene che dal 2007 diventa Patrimonio Unesco per la Cultura.

Ma non si tratta solo di una mera esposizione di oggetti: la visita guidata, fatta proprio dal signor Pelagalli, è anche una riflessione sul patrimonio culturale non abbastanza valorizzato, è una riflessione sul mondo stesso della comunicazione (Pelagalli, di fronte alle radio anni ’30, non si  limita a farne ammirare la bellezza, ma punta l’attenzione al ruolo che esse hanno avuto nella propaganda dei totalitarismi), è una riflessione sul ruolo di chi lavora nella comunicazione.

E qui torniamo alla frase iniziale. Perché tutto si riassume in questo: conoscere il passato per capire il presente (e il futuro).

Qualche altra chicca: se sarete fortunati, potreste ascoltare su un grammofono dell’800 un’incisione originale di Caruso di più di 100 anni fa, potreste capire effettivamente perché si dice “sala d’incisione“, potreste ascoltare l’unica registrazione della viva voce di Guglielmo Marconi in cui afferma le sue scoperte scientifiche (con un italiano dal forte accento inglese, e lì scoprirete anche che fu uno dei primi cervelli italiani in fuga), potreste ascoltare Rock Around the Clock da un fantasmagorico juke box uscito direttamente da Happy Days, potreste… eh no, ora basta.

Ora è il momento di pianificare la visita guidata al museo. 😉

 

Il corpo parla: ascoltalo

Ho appena finito di leggere Storia di un corpo di Daniel Pennac.

Un uomo tiene un diario, lo comincia quando è ragazzino e ci scrive fino alla fine dei suoi giorni. Ma non è un diario normale: è la sua vita raccontata dalla prospettiva del proprio corpo. Ogni muscolo teso, ogni malattia, ogni bacio, ogni carezza, ogni cambiamento, ogni odore, tutto viene raccontato in modo delicato e attento. Si scivola così nello scorrere della vita del protagonista, rendendocelo vicino e di famiglia. La sua vita è la nostra, il suo corpo diventa il nostro.
Un libro prezioso che parte da un’idea davvero interessante.

Così, mi sono ritrovata a pensare che  il corpo riflette davvero la nostra sfera più intima. Certo, si può essere bravi quanto si vuole a mascherare, ma in fondo percepisci quando qualcosa non gira come dovrebbe. Anzi, è il corpo che lo percepisce e ti bussa alla porta.

“Toc toc! Ehi, la vogliamo smettere? Guarda che se non ti dai una calmata mi faccio sentire. Anzi, ecco: un bel mal di testa servito.”

Vale anche per quando si sta bene eh. Cosa c’è di più bello di quando scoppia il cuore in petto per un’emozione nuova e bella? Quando cammini e senti tutti i tuoi muscoli pronti, quando ti senti forte da spaccare tutto, quando balli e senti il tuo corpo come cassa di risonanza della musica.

Il corpo è ciò attraverso cui abbiamo esperienza di tutto quello che ci circonda. Il minimo che possiamo fare è ascoltarlo. E dargli retta.